Intervista ad Andrea Bianchini operatore multiculturale

“Già negli anni della mia formazione universitaria a Siena, presso la facoltà di Scienze Politiche, coltivavo il desiderio di viaggiare e di conoscere altre realtà, ma non come un semplice turista – ricorda Andrea Bianchini di Viterbo. Mi attirava soprattutto la possibilità di raggiungere le aree del pianeta più in difficoltà, per portare il mio contributo, per quanto piccolo o grande potesse essere, al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni che soffrono. Così, ancora prima di laurearmi, ho fatto una prima esperienza in Zambia con la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini. Lì ho partecipato a un progetto di microcredito ma soprattutto mi sono confermato che quello era il genere di attività che faceva per me”.

E dopo la laurea?

“Ho seguito un master a Bologna in sviluppo e cooperazione internazionale, che richiedeva alla fine un periodo di almeno tre mesi di lavoro con una Ong. È stato in quel frangente che ho incontrato l’Engim, l’Ente Nazionale Giuseppini del Murialdo, un’organizzazione non governativa che opera in tutto il mondo, soprattutto in America Latina ma anche in Asia e in Africa. Con loro sono partito per l’Argentina: il progetto prevedeva di costruire alla periferia di Buenos Aires una fattoria per ragazzi di strada, un centro di formazione nel quale si insegnava non solo a leggere e a scrivere ma anche un mestiere, di tipo agricolo o artigianale. Dovevo rimanerci sei mesi e, invece, ci sono rimasto per cinque anni, dal 2006 al 2011, sino a quando la crisi ha drasticamente ridotto i fondi del Ministero degli Esteri italiano che ci assicuravano la possibilità di vivere e lavorare”.

Sei tornato in Italia?

“Mi sarebbe piaciuto restare là ma non avevo alternative, dovevo rientrare a Viterbo e ripensare la mia vita. È stato un periodo difficile, ma poi un’amica mi ha dato una prospettiva: ‘Qui in Italia – diceva – ci sono grosse difficoltà nell’inserimento scolastico dei bambini extracomunitari. Perché non collabori con me a un progetto per l’insegnamento dell’italiano ai ragazzini stranieri della scuola primaria e secondaria di primo grado?’ Era un’idea eccellente e ho deciso di coglierla al volo…”.

Cosa avete fatto?

“Per prima cosa abbiamo seguito un corso di specializzazione a Roma, alla Torre di Babele, per conseguire il titolo che ci abilitasse a svolgere questo genere di attività e poi, nel settembre del 2013, abbiamo inaugurato l’Associazione ISEM, ovvero Integrazione Sociale e Multiculturale, e ci siamo proposti alle scuole del viterbese”.

E come è andata?

“È stata dura da un lato, fantastica dall’altro. La difficoltà è nella scarsa o nulla disponibilità di fondi scolastici per questo genere di iniziative. Per cui oltre al progetto dobbiamo procurare anche il finanziatore, e non è facile. La cosa bella invece è vedere, nelle scuole elementari e medie di Ronciglione, dove attualmente lavoriamo con il supporto della Fondazione Carivit, i progressi che fanno i bambini e i ragazzi, l’entusiasmo con cui imparano la nostra lingua”.

Che metodo di insegnamento adottate?

“Molto pratico, niente grammatica, a quella ci pensano gli insegnanti, ma invece letture, conversazioni, uscite in strada, molta concretezza per dare loro gli strumenti necessari per chiedere un’informazione, per farsi degli amici… Insomma per vivere in Italia e con gli italiani! Ultimamente, visti i problemi economici che assillano la scuola, ci stiamo rivolgendo con lo stesso progetto anche al mondo delle carceri, ad iniziare da quello di Viterbo e poi anche a quello femminile di Ostia. In quelle situazioni c’è qualche fondo disponibile, speriamo di poterci attivare al più presto…”.

Sappiamo che in mezzo a tutto questo hai trovato anche il tempo per iscriverti all’Istituto Cortivo…

“Sì, è stato circa un anno e mezzo fa. Stavo navigando in internet alla ricerca di strutture impegnate sul tema integrazione, e mi ha colpito il corso di operatore multiculturale. Era proprio la specializzazione che faceva per me, e sono partito. Adesso ho fatto tutti gli esami e sto studiando la parte monografica, davvero interessante come tutte le altre materie che ho studiato, utili in quanto mi hanno dato un metodo di approccio con varie culture e religioni, uno strumento che già mi serve tantissimo nei miei rapporti con i ragazzi e i loro familiari”.

Cosa vedi nel tuo futuro?

“Mi piacerebbe continuare con il lavoro in associazione e con la carriera di operatore multiculturale. So già che non sarà facile ma io non mollo, sono cosciente dell’importanza di questa figura professionale nella nostra società e credo proprio che, mettendoci tutta la pazienza e la determinazione di cui sono capace, potrò ottenere le soddisfazioni che cerco”.