Intervista a Michela Bambini

“È stato solo negli ultimi anni del liceo che ho capito che il diploma che stavo per conseguire come grafica pubblicitaria non avrebbe rappresentato il mio futuro lavorativo – spiega Michela Bambini di Roma. I miei interessi si stavano infatti sempre più decisamente dirigendo nella direzione delle grandi tematiche internazionali e dei problemi creati dallo sviluppo e dal sottosviluppo, primi fra tutti i fenomeni migratori. Così, dopo aver messo ben a fuoco il campo in cui avrei voluto muovermi da allora in avanti, mi sono iscritta all’università al corso di Lettere; la branca della letteratura che ho studiato è Comparatistica e nello specifico letteratura della Migrazione. È stata una scelta felice, che mi ha consentito di godere dell’insegnamento comparatistico del professor Armando Gnisci, un maestro che mi ha fatto avvicinare all’africanistica. Dopo la tesi, che ho dedicato all’approfondimento dell’opera di Pap KHouma, scrittore senegalese immigrato in Italia, nel 2012 sono partita per il Senegal dove mi sono fermata per due anni”.

Cosa hai fatto là?

“Ho lavorato in un centro di accoglienza per bambini di strada nella periferia della capitale, Dakar, ed è stata un’esperienza bella e tosta, un passaggio dalla letteratura alla pratica quotidiana che mi ha fatto conoscere un’altra me stessa in un contesto diverso, difficile ma proprio per questo molto coinvolgente. Sono rientrata in Italia ai primi del 2014, decisa più che mai a continuare qui il percorso solidale che avevo intrapreso”.

Per questo ti sei iscritta all’Istituto Cortivo?

“Sì, l’ho trovato in internet e mi sono iscritta alla specializzazione Operatore Multiculturale. Ho preso gli studi di petto, ho già finito gli esami e il tirocinio”.

Velocissima, davvero, dove hai fatto il tirocinio?

“Presso l’Associazione Onlus Afroitaliani, dove ho operato come mediatrice per rifugiati politici. Anche questo è stato un incontro forte con una realtà estremamente impegnativa. Seguivo un ragazzo senegalese e due gambiani e assistendoli ho avuto l’occasione di rendermi conto del fatto che questo settore è poco regolamentato e, a parte alcune eccellenze, anche scarsamente organizzato per fornire vero supporto economico e psicologico a queste persone spaesate, in profonda difficoltà. Mentre stavo svolgendo il tirocinio sono riuscita a conseguire anche l’abilitazione per insegnare l’italiano agli stranieri: l’ho già fatto qui per un paio di mesi e adesso vado a farlo là”.

Torni in Senegal?

“Sì, parto più o meno fra un mese e non vedo l’ora di ritrovare la gente che conosco, gli operatori, gli amici. Porterò con me anche il mio bimbo di 10 mesi”.

Hai altri progetti per il futuro?

“Nulla di definito, se non che mi piacerebbe infinitamente continuare a lavorare in quest’ambito, anche all’estero, magari inserita in un’organizzazione non governativa, una ONG ben strutturata, in grado di dare maggiore continuità ed efficacia al mio intervento”.