Seminario di Studio – PET THERAPY & ALZHEIMER

Il seminario di studio per allievi ed ex allievi che si è tenuto dal 9 all’11 ottobre scorso nella prestigiosa cornice di Villa Ottoboni, sede padovana dell’Istituto Cortivo, aveva un titolo davvero curioso e stimolante: "Pet Therapy & Alzheimer. Come migliorare la qualità della vita". Martedì 10, giornata clou dell’evento, era di scena la Pet Therapy, innovativa tecnica di cura attraverso il contatto con gli animali riconosciuta ufficialmente all’interno del Servizio Sanitario Nazionale con un decreto legislativo del 6 febbraio 2006. A presentare questo interessante aspetto dell’assistenza la dott.ssa Tiziana Gori e l’istruttore cinofilo Marco Sincovich, entrambi coinvolti da una decina d’anni nelle attività dell’Associazione Animali Terapeuti. Le loro argomentazioni sono state così esaurienti e interessanti che abbiamo ritenuto necessario riportarle anche in questo spazio per metterle a disposizione dei lettori del nostro sito.

"La Pet Therapy non ha un vero valore terapeutico – esordisce la veterinaria dott.ssa Gori – ma può essere meglio definita come una coterapia di supporto ai protocolli farmaceutici. Il suo principio di base può essere facilmente compreso se pensiamo che il rapporto degli uomini con gli animali esiste da quando mondo è mondo. recentemente questo contatto si è a dir poco diradato ma per l’uomo, in particolare per la persona in difficoltà, con poche difese, alla ricerca di un contatto istintivo con l’altro da sé, rimane un fattore estremamente utile per ripristinare più alti livelli di equilibrio e benessere. Oggi si pensa che la Pet Therapy sia una novità. In realtà risalgono addirittura al ‘700 i primi studi neuropsichiatrici che hanno riscontrato un nesso fra il miglioramento dello stato del paziente e il contatto fisico con gli animali. Solo nel 1953, però, lo psichiatra americano Boris Levinson iniziò a codificare questa branca della medicina. Dopo le osservazioni e gli studi scientifici condotti sul rapporto, cominciato casualmente, fra il bambino autistico che aveva in cura e il suo cane, nel 1961 coniò finalmente il termine Pet Therapy"."

Voi fate pare dell’Associazione Animali Terapeuti. Come lavorate?

"Anzitutto, teniamo a specificare che la nostra Associazione ha un approccio un po’ diverso da quello della Delta Society, attiva in America dal 1981. Ci siamo infatti resi conto che i protocolli operativi previsti da questa società, dalla quale comunque non ci siamo staccati ma semplicemente distinti, prevedevano un uso di animali che a nostro parere non era del tutto applicabile. Per questo nel 2002, durante una riunione della nostra Associazione a Modena, abbiamo steso la cosiddetta Carta Modena, un documento che disciplina la Pet Therapy ponendo grande attenzione alla tutela e salvaguardia dell’animale. Detto questo passiamo al nostro lavoro. Principalmente gestiamo presso ospedali, istituti e case di riposo le AAA, Attività Assistite dall’Animale, e le TAA, Terapie Assistite dall’Animale. Le prime sono coterapie ludico-educative senza particolari obiettivi se non innalzare la qualità della vita degli utenti, si svolgono in gruppo e durano dai 20 ai 40 minuti. Le seconde invece si svolgono sempre nello stesso luogo e con gli stessi attori e prevedono il rapporto esclusivo fra un animale accompagnato dal conduttore e un paziente. Non durano più di 20 minuti e si pongono dei precisi obiettivi da raggiungere nell’arco di 12 sedute con verifiche e parametri di valutazione ad ogni seduta favoriti anche dal fatto che la seduta stessa viene ripresa in video per poterne meglio vagliare tutti gli effetti. Gli obiettivi possono essere diversi. Con bambini autistici, per esempio, si tende a creare interesse e ad aumentare il livello di autostima."

Come vivono questo impegno gli animali?

"Beh, è bene sottolineare che sono animali un po’ speciali. – puntualizza Marco Sincovich – Ovvero, sono cani normali, non serve che siano di una o di un’altra razza, possono anche essere adottati in un canile, ma devono essere educati per reggere queste attività. Fino a 18 mesi vengono semplicemente abituati a socializzare molto con gli uomini e con gli altri animali e a obbedire ai comandi. Poi si passa al test specifico, che consiste nel far prendere familiarità all’animale con eventi che potremmo definire strani. Ad esempio, farli avvicinare da persone con approcci scorretti, creare momenti di discussione, di spinte, di urla e rumori improvvisi. Se nel corso di queste prove l’animale non reagisce ma lascia che tutto scorra dimostrando massima indifferenza lo definiamo di tempra forte, ovvero idoneo a svolgere attività."

"Bisogna comunque dire – interviene la dott.ssa Gori – che il cane si stanca molto durante le sedute. Per questo non gliene facciamo fare più di una o due al giorno e solo per una o due volte la settimana. Dovrebbe vedere. Escono dalle sedute veramente sfiniti e si vede che è una stanchezza diversa da quella che hanno dopo una lunga corsa. Dormono per ore e ore, non distesi come fanno dopo aver corso ma rannicchiati, segno evidente di una fatica psicologica da smaltire."

Ci sono problemi con le strutture nelle quali intervenite?

"Questa è una bella domanda. Ne approfittiamo per dire che quando una struttura accetta un progetto di Pet Therapy deve anche garantire le condizioni per cui tutto fili per il verso giusto. L’animale perde il pelo, si sa, ma alle volte questa cosa sembra sia una brutta sorpresa per il personale che deve pulire alla fine della seduta. L’importante è rendersi conto che questo genere di iniziative vivono bene solo nella piena accettazione da parte della dirigenza, dello staff e delle famiglie degli utenti. La Pet Therapy si sta affermando ma rimangono dei piccoli problemi. Un altro esempio negativo viene da un recente intervento con un bambino autistico di 10 anni. Ipercinetico, non manteneva l’attenzione, non parlava e non si relazionava con nessuno. Dopo poche sedute ha cominciato a parlare, salutava il cane e il conduttore, giocava con la pallina e rimaneva attento per tutti i 20 minuti. A questo punto i medici, incoraggiati dai risultati, hanno chiesto di fare qualcosa di più nonostante il conduttore non fosse pienamente d’accordo. Hanno provato a mettere un spazzola in mano al bambino che in un primo momento ha cominciato a spazzolare il cane e poi, improvvisamente, ha cominciato a prenderlo a spazzolate rovinando in un istante tutto il lavoro svolto sino a quel momento."

Un’ultima domanda. Abbiamo sentito parlare di Pet Therapy svolte con altri animali: gatti, conigli, cavalli, pappagalli, delfini, ecc. Cosa ne pensate?

"L’unica vera discriminante è che siano animali domestici e non addomesticati. Comunque noi lavoriamo quasi esclusivamente con i cani o raramente con i cavalli perché vediamo che i risultati sono senza dubbio migliori. Il gatto e il coniglio possono dare dei buoni frutti solo per quanto riguarda la manipolazione. Per tutto il resto il cane è impagabile. Partecipa, vive la situazione, regge in modo egregio gli stress provocati da utenti con deficit mentali, anzi, reagisce positivamente, si dà da fare, ci prova in tutti i modi. Un pappagallo non lo farebbe di certo."