INTERVISTA A ROBERTA VENDRAMIN

Sono sempre stata tentata dal sociale. Mi piaceva aiutare gli altri, come potevo. A sedici anni avevo lavorato d’estate come volontaria in una casa di riposo per anziani e mi era piaciuto molto. Ma, per quegli strani casi della vita che possono capitare soprattutto quando si è ragazzini, avevo scelto un corso di studi che mi portava tutto da un’altra parte: perito chimico.

Così Roberta Vendramin, oggi venticinquenne di Sumirago in provincia di Varese, comincia a raccontare della sua esperienza che, mano a mano, l’ha fatta approdare dove la portava il cuore…

Dopo il diploma, ho lavorato un paio d’anni proprio come perito chimico. Agli inizi non era male, ma poi, con il passare del tempo, incominciavo a sentirmi sempre più come un topo da laboratorio, e non era una bella sensazione. Nel frattempo avevo cominciato a frequentare una situazione legata alla permanenza in Italia dei bambini di Chernobyl. Andavo alla sera a fare animazione, li facevamo giocare, era bellissimo.

E hai fatto il grande salto.

Sì, erano due mondi troppo diversi, in uno stavo male e nell’altro stavo bene, e ho deciso. Conoscevo l’Istituto Cortivo, avevo letto molte volte le sue pagine sui giornali, e mi sono messa in contatto. È venuto a casa mia l’Informatore Didattico, mi ha spiegato tutto per filo e per segno, e mi sono iscritta a due corsi, per diventare Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia e per disabili. Volevo iscrivermi anche al corso per Operatore Multiculturale, ma l’impegno sarebbe stato troppo e ho rinunciato. Non è detta comunque l’ultima parola, può darsi che più avanti faccia anche quello.

Come è andata?

Benissimo. Ho concluso gli studi nei tempi giusti e, a una settimana dalla fine del tirocinio presso il Centro Educativo per Disabili gestito dalla Cooperativa Sociale L’Anaconda di Varese sono stata assunta dalla struttura stessa. Ho lavorato con loro per un anno. È stato un periodo coinvolgente, un’esperienza molto forte e anche faticosa. Facevo i turni anche di notte, praticamente convivevo con gli utenti, erano diventati la mia seconda famiglia. Erano adulti, dai 25 ai 59 anni, tutti gravi o gravissimi. Non parlavano ma l’affetto era grande, difficile da descrivere. Si era creato un clima di fratellanza, fantastico. Ancora oggi quando passo vicino a dove vivono non riesco a entrare, a farmi vedere per poi andare via. Sarebbe come rivivere la sofferenza di quando li ho lasciati.

Perché sei andata via?

Perché non ce la facevo più fisicamente. Non riuscivo a recuperare i turni, mi sentivo sempre più stanca. Oltre al lavoro, poi, stavo facendo anche il tirocinio per la seconda specializzazione, l’infanzia. Incastravo gli orari, ero sotto pressione tutto il giorno e spesso anche le notti. Poi, inaspettata, è arrivata l’altra grande novità. Il micronido dove ero impegnata nel tirocinio, gestito dalla Cooperativa Sociale Educational Team di Varese per conto del Comune, mi chiese di rimanere come educatrice con un contratto a scadenza annuale in un micronido che stavano avviando a Ternate. Assieme alla coordinatrice Chiara e alla mia collega Laura abbiamo praticamente messo in piedi la struttura. Lo scorso novembre lo start up, abbiamo attaccato i cartelloni e i murales, abbiamo montato i mobiletti. All’inizio avevamo cinque bimbi, oggi siamo a dodici, il numero massimo, e abbiamo una lunga lista d’attesa. Un vero successo e una grande soddisfazione.

Come funziona?

Accogliamo i piccoli dalle 7.30 alle 18.00. Al mattino facciamo attività, poi il pranzo, la nanna, la merenda e la preparazione per l’uscita. Io mi occupo soprattutto di musica e psicomotricità ma facciamo anche pittura, travestimenti e tanti giochi