INTERVISTA A MONICA CANTOREGGI

In questa intervista Monica Cantoreggi, ex allieva dell’Istituto Cortivo residente a Varese, racconta delle sue vicende professionali che da circa tredici anni la vedono impegnata come Operatore Socio Assistenziale per anziani in diversi contesti lavorativi.

Sin da ragazzina volevo lavorare nell’ambito del sociale e per raggiungere questo obiettivo ho percorso diverse strade. Devo dire, però, che la soluzione definitiva mi è giunta fra le mani per puro caso, sotto forma di una pubblicità che promuoveva i corsi dell’Istituto Cortivo sulle pagine di una rivista. È stato così che, dopo aver ottenuto il diploma di Tecnico dei Servizi Sociali e aver frequentato un corso per infermiera con scarsi risultati pratici, nel 1995 ho ottenuto non solo l’attestato di Operatore Socio Assistenziale per anziani ma anche il mio primo vero posto di lavoro nella stessa struttura dove avevo svolto il tirocinio, la casa di riposo Sen. G.B. Pirelli di Induno Olona che proprio in quel momento, per mia fortuna, stava attivando un nuovo reparto per utenti non autosufficienti. Venne indetto un concorso che portò alla mia assunzione a tempo pieno. Avevo 23 anni e il mio sogno era diventato realtà.

Per quanto tempo hai lavorato in quel reparto?

Sette anni. Poi mi sono presa una pausa di riflessione, sei mesi in stand-by per valutare, raggiunta la soglia dei 30 anni, cosa volevo veramente fare da grande.

Il risultato?

Il risultato è stato che ho deciso di farmi assumere da un’altra casa di riposo sempre per anziani non autosufficienti. Evidentemente ciò che ancora desideravo di più era il contatto diretto con chi aveva più bisogno di me, i miei vecchietti sempre pronti a ringraziarmi per qualsiasi cosa. Poi è successo un fatto imprevisto: il direttore della struttura mi chiama in ufficio e mi dice che pensava a me per un ruolo diverso, come impiegata nel settore Pubbliche Relazioni. Sono stata molto incerta, ma il lavoro di accudire gli anziani è faticoso, richiede molta energia, e io sentivo che non ce l’avrei fatta ancora per tanto tempo a dare il massimo, anche perché gli impegni di famiglia si facevano sempre più stringenti. Per questi motivi decisi di accettare ed è così che da cinque anni non lavoro più in reparto.

Sento un po’ di rimpianto nella tua voce…

Mah, in realtà il lavoro che faccio mi piace. È più leggero dal punto di vista fisico, in pratica consiste nell’accogliere i nuovi arrivi, accompagnarli in reparto e spiegare loro o ai parenti i nostri servizi e le attività per il tempo libero. Poi sbrigo le pratiche burocratiche e informo per telefono le famiglie di qualsiasi novità o bisogni riguardante il loro congiunto. Certo è che mi manca il rapporto diretto con gli assistiti. L’impegno era pesante, lo riconosco, ma le soddisfazioni, i ritorni positivi, i sorrisi e le strette di mano che mi facevano felice non ci sono più, e questo mi dispiace.