INTERVISTA A MONIA FULCO

Ti diplomi, accetti il primo lavoro che ti capita perché devi mantenerti e poi ti senti infelice, insoddisfatto, senza via di scampo. Perché, anche se vorresti riqualificarti professionalmente per trovare nuove opportunità lavorative, non sempre l’impegno di un corso di formazione è conciliabile con il lavoro che stai facendo. Un destino ineluttabile? Non per Monia Fulco, di Biandronno (VA): operaia sino a un anno fa, dopo l’attestato di Operatore Socio Assistenziale per anziani conseguito presso l’Istituto Cortivo, oggi lavora come assistente domiciliare per conto della Cooperativa Sociale F.A.I con sedi a Monza e a Varese.

Il lavoro in fabbrica può essere davvero molto duro. Io avevo un diploma di Istituto Magistrale al quale avevo aggiunto l’anno integrativo. Aspiravo a qualcosa di più ma l’università, con l’obbligo di frequenza, era veramente al di là della mia portata… Poi, su una rivista, ho notato la proposta dell’Istituto Cortivo e l’ho trovata subito interessante: l’idea di specializzarmi in una professione che poneva al centro l’assistenza alle persone mi piaceva, anche perché avevo già un’esperienza come volontaria della Croce Rossa. A convincermi definitivamente è stato proprio il fatto che avrei potuto lavorare e studiare insieme. È stato un po’ difficile solo durante il tirocinio, per il quale ho chiesto un periodo di aspettativa.

Quando ti sei licenziata?

Subito dopo aver ottenuto l’attestato. Mi sentivo molto carica, la prospettiva di cambiare vita mi dava un entusiasmo che non provavo da tempo. Ma, agli inizi, la ricerca di una nuova occupazione non è stata semplice. Poi sono stata assunta a tempo indeterminato dalla Cooperativa Sociale F.A.I., un’impresa sociale privata cui il comune di Biandronno ha appaltato i servizi domiciliari per i minori e gli anziani.

Sei contenta?

Moltissimo. Anche perché l’idea di andare a lavorare in una casa di riposo un po’ mi spaventava. Durante il tirocinio avevo avuto modo di sperimentare quel tipo di ambiente, un’esperienza che mi ha molto segnato: ho capito che lavorare con la sofferenza richiede sempre e comunque una dose d’amore aggiuntiva. Non puoi lavorare nell’assistenza solo per lo stipendio, devi invece nutrire un autentico interesse per gli utenti.

Quali sono le tue mansioni?

La cosa bella del mio lavoro è che mi occupo di vari tipi di assistenza a domicilio. Seguo in tutto sei utenti: una ragazzina cerebrolesa che assisto durante la pausa pranzo a scuola, un bambino i cui genitori il pomeriggio sono al lavoro e vari anziani che hanno bisogno sì di assistenza per quanto riguarda l’igiene e la cura alla persona ma anche di compagnia. Con tutti loro ho instaurato un rapporto basato sull’amicizia e sull’affetto. Soprattutto per gli anziani sono diventata un punto di riferimento, una persona di famiglia… Certo, mi rendo conto di essere alle prime armi, devo ancora imparare a prendere la giusta distanza, a non farmi coinvolgere troppo.

Come è cambiata la tua vita da quando ti dedichi all’assistenza?

Non c’è paragone. In fabbrica tutti i giorni erano uguali. Adesso non faccio caso al calendario, tutte le mattine mi sveglio contenta e vado a lavorare volentieri. Mi sento finalmente utile, sento soprattutto di essere diventara importante per qualcuno.