INTERVISTA A DANA JULETA PAVEL

Nata in Romania e giunta in Italia nel 2000, Dana Juleta Pavel abita oggi a Bella, in provincia di Potenza. Nel suo Paese si è diplomata in metallurgia, diploma che, dopo una riqualificazione per renderlo valido in Italia, le ha permesso di trovare un’occupazione nel settore industriale.

"Un lavoro pesantissimo per una donna, anche se la mia era una mansione di tecnico del controllo numerico. Ad un certo punto ho capito che non mi sentivo di farlo per tutta la vita e ho cominciato a guardarmi intorno. Ho pensato che il sociale poteva essere una buona alternativa, in grado di gratificarmi anche dal punto di vista delle relazioni umane. Mi sarebbe piaciuto lavorare nel campo sanitario, ma era necessario un attestato di OSS che non potevo acquisire in quanto impegnata con il lavoro e la famiglia".

Quindi l’Istituto Cortivo ti ha offerto l’opportunità che cercavi…

"Senza dubbio, anche se agli inizi ero piuttosto spaventata: non conoscevo ancora bene l’italiano, soprattutto quello scritto, mi sembrava un ostacolo insormontabile. Ricordo la prima lezione presso il Centro Didattico: ho alzato la mano e con il mio parlato un po’ incerto ho suscitato il risolino di qualche giovane allieva… Per sei mesi ho abbandonato tutto… È stato lo staff del Cortivo a motivarmi di nuovo, a farmi capire che un’occasione così non era il caso di lasciarla andare, anche perché ormai avevo pagato e quindi tanto valeva provare ad arrivare sino in fondo. E così è stato, mi sono messa a studiare per conto mio fino al conseguimento del primo attestato come Operatore Multiculturale. Sono inoltre iscritta ai corsi per Infanzia e Anziani e ho tutta l’intenzione di frequentare anche il nuovo corso dell’Istituto Cortivo per OSS".

Sei molto determinata…

"Il mio progetto è lavorare con gli anziani o con i bambini, ma è il settore della terza età quello su cui punto maggiormente. Forse dipende dall’esperienza positiva del tirocinio con gli anziani, grazie al quale sono stata assunta dalla Cooperativa Sociale Castello Ariosto".

Quindi stai già lavorando?

"Sì, sono molto contenta. Agli inizi ho lavorato proprio con gli anziani, poi la Cooperativa mi ha spostato presso una Casa d’Accoglienza per immigrati in provincia di Salerno. È un lavoro di grande responsabilità che richiede una certa predisposizione alla mediazione culturale".

Approfondiamo l’argomento: chi sono gli utenti e quali problematiche ti trovi a gestire quotidianamente?

"La struttura accoglie donne, uomini e bambini stranieri in situazione di grave disagio, molti si dichiarano rifugiati politici. In gran parte scappano da carestie, guerre e povertà. Non sono così sprovveduti come può sembrare a gran parte dell’opinione pubblica: molti sono scolarizzati, conoscono i loro diritti e sanno usare con disinvoltura internet. Spesso parlano più lingue e sono veloci ad imparare. Il problema è che provengono da culture molto diverse da quella europea. Come donna, ad esempio, ho dovuto imparare a farmi rispettare. Inoltre, sono tanti quelli che hanno subito traumi e stress psicologico. Alcuni sfuggono alla violenza più efferata, hanno visto uccidere i genitori sotto i loro occhi, sono stati picchiati, torturati… Con loro è necessario agire con molta attenzione, basta un gesto o una parola fraintesa per perdere la fiducia conquistata nel tempo attraverso un’opera di mediazione continua. Nell’équipe, oltre a me e ai miei colleghi, ci sono anche l’assistente sociale, lo psicologo e il medico".

Parli altre lingue oltre all’italiano e che rapporto hai instaurato con gli immigrati?

"Me la cavo bene anche con l’inglese ed è la lingua che utilizzo di più per il mio lavoro. Per quanto riguarda la relazione con gli utenti, cerco di far capire che l’Italia non è il paese dove tutto ti viene regalato: ci sono delle regole da rispettare e, se si vuole rimanere, bisogna pazientare e, una volta superati gli ostacoli burocratici, bisogna rimboccarsi le maniche. Non è una vita facile quella che li attende, ma piena di sacrifici e duro lavoro. Comunque, quasi tutti sono in attesa di raggiungere altri paesi: Nord Europa, Inghilterra, Francia, dove spesso hanno dei parenti ad attenderli. L’Italia viene quindi vissuta spesso come un parcheggio in attesa dell’attestato di rifugiato politico".

Ti aiuta il fatto di essere anche tu straniera?

"Indubbiamente. Rispetto a molti colleghi italiani che hanno lasciato questo lavoro perché psicologicamente difficile da sopportare, posso contare sulla mia esperienza personale. In un certo senso, proprio perché anch’io straniera, sono più credibile".

Progetti?

"Conseguire il titolo OSS, una carta in più per realizzare il sogno di lavorare in una Residenza per Anziani".