Lavorare tra la multiculturalità: intervista ad Aldo Melegari

Aldo Melegari

“Nel 2010, per evitare che la legislazione mi allungasse i termini di uscita dal lavoro, ho deciso di anticipare l’andata in pensione. Fino a quel momento – racconta l’ing. Aldo Melegari di Roma – avevo sempre lavorato come dirigente d’azienda e, negli ultimi anni, come direttore marketing a Riad, in Arabia Saudita. È stata senza dubbio una scelta azzeccata ma mi sentivo ancora nel pieno delle mie forze e non mi andava proprio l’idea di restare fermo”.

E cosa hai fatto?

“Anche grazie a una tradizione familiare, che da tempo tramanda di generazione in generazione la conoscenza di almeno due lingue straniere, ho sempre coltivato una profonda passione per l’insegnamento delle lingue. È per questo che ho preso la certificazione DITALS in glottodidattica presso l’Università per Stranieri di Siena che mi abilitava ad insegnare l’italiano a stranieri, come lingua seconda, e l’inglese. Pensavo che con il titolo in mano avrei potuto trovare un’occupazione remunerata ma ben presto mi sono reso conto del fatto che alla mia età, sessant’anni, non avevo nessuna possibilità di essere assunto e pagato per il mio lavoro. A partire da questa constatazione, amara per una persona che è conscia del valore della propria esperienza e competenza, ho riorientato la mia ricerca verso un’attività che mi garantisse almeno delle soddisfazioni non solo in senso professionale, ma anche e soprattutto dal punto di vista umano, e l’ho trovata”.

Dove?

“All’ACSE, Associazione Comboniana Servizio Emigranti e Profughi. Qui, come volontario, insegno italiano al livello B2 e inglese al B1 a persone di ogni genere e nazionalità, dal diciottenne al sessantenne provenienti da tutto il mondo, dalla Siria, dalla Palestina, dall’Egitto, dalla Libia, dalla Malesia, dalla Cina, da vari paesi dell’Africa Subsahariana… Un universo di civiltà e tradizioni diverse che amo ascoltare, conoscere, mettere reciprocamente a confronto per stimolare interessanti dinamiche di scambio interculturale”.

Mi sembri molto coinvolto…

“In effetti è un impegno che mi dà piacere. Sin da piccolo ho coltivato un atteggiamento inclusivo, di rifiuto del razzismo, che poi ho confermato sia studiando presso ottime scuole come il Liceo Tasso di Roma, sia lavorando per 35 anni nei cinque continenti: ho vissuto in un centinaio di Paesi dove non solo ho lavorato ma ho anche intessuto relazioni sociali, conosciuto situazioni, parlato con persone… diciamo che nel tempo dentro di me è cresciuto un particolare senso della globalizzazione, non tanto quello economico che oggi va per la maggiore, ma quello per l’uomo che in ogni luogo è figlio della stessa Terra. Non ho paura del diverso, anzi, apprezzo il patrimonio che porta con sé e i miei allievi riconoscono questo sentimento e mi danno fiducia”.

Quindi hai buoni rapporti con loro.

“Certo, ed è di una tristezza infinita sentire le loro storie inaudite, le loro amare confidenze. Bombardamenti, torture, famiglie lasciate senza saperne più niente e viaggi estremamente rischiosi per poi approdare in una realtà sociale tollerante ma passiva, segregati in campi dove trovano la possibilità di sopravvivere ma poca o nulla umanità, e poi aspettative mancate, nessun sostegno né economico, né psicologico, lo sbando totale…”.

Questi sono gli utenti che incontri…

“Hanno paura dell’oggi e del domani, qui non trovano nessuna certezza e sono nell’impossibilità di tornare alla loro terra d’origine sconvolta da miseria, guerre, feroci regimi. Sono sempre più insicuri e intimiditi, la crisi economica li mette in concorrenza con gli italiani per i pochi posti di lavoro che ci sono e si trovano davanti a dei muri insuperabili: trovare occupazione, trovare un alloggio, ottenere i permessi. Spesso vengono anche aggrediti… In particolare le donne mi hanno detto di sentirsi a rischio per strada, di subire continui insulti e minacce al punto che, quando scende il buio, preferiscono chiudersi in casa. Ecco, è a queste persone che insegno, ogni settimana per due volte, tre ore di inglese e quattro di italiano. Sono lezioni ma sono anche momenti di socializzazione, si parla di infiniti argomenti, dagli usi e costumi di ognuno sino alle varie specialità culinarie ed ogni volta è un nuovo tassello di conoscenza fra me e loro ma anche fra di loro, europei, asiatici, sudamericani, africani, davvero un bel melting pot”.

Quando ti sei iscritto al Cortivo?

“Nel marzo del 2014 e adesso, dopo nove mesi, ho già concluso il corso di Operatore Multiculturale e conto di finire la seconda specializzazione di Amministratore di Sostegno entro la primavera del 2015″.

Un record!

“Sono molto motivato e mi piace studiare questo genere di materie. Sto portando avanti anche il corso di Counseling: con tre anni di frequenza obbligatoria dovrò aspettare un bel po’ prima di ricevere l’attestato, ma mi affascina, è interessante, mi piace tantissimo l’idea di questa nuova attività. Sono venuto anche a Padova, a Monteortone vicino ad Abano Terme per un seminario e mi sono trovato bene: è stato in quell’occasione che ho capito che devo coinvolgermi di meno, affrontare le situazioni con più distacco: io sono un impulsivo di natura, non sarà facile ma, se voglio diventare un buon professionista nel sociale, devo imparare anche a tenermi a bada!”.