Intervista a Elena Favaretto

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“Da ragazzina mi sono iscritta a ragioneria ma non è stata una scelta consapevole – ricorda Elena Favaretto di Martellago in provincia di Venezia. L’ho fatto seguendo i consigli dei ‘grandi’ anche se dentro di me non sentivo alcuna spinta per i numeri e il lavoro di ufficio. La mia indole profonda era invece da sempre rivolta all’amore per il prossimo, al sapersi donare e, già mentre studiavo, avevo trovato il modo di assecondare questa mia vocazione assistendo un gruppo di disabili durante le pomeridiane sedute di ginnastica. Poi, dopo il diploma, mi sono offerta come volontaria presso la Caritas di Treviso, dove ho scelto di lavorare con i nomadi: affiancavo gli obiettori di coscienza, mi prendevo cura delle donne e soprattutto delle bambine, per tre o quattro pomeriggi alla settimana le aiutavo nei compiti e giocavo con loro. Ma non solo: la mattina facevo anche compagnia a una signora anziana. È stato in quel periodo che ho conosciuto delle suore con le quali ho approfondito il rapporto sino a quando mi hanno proposto di diventare loro collaboratrice. Lavoravano in particolare nel campo della comunicazione e mi hanno chiesto di affiancarle nella gestione di una radio in provincia di Avellino. Sono partita e, dal 2001 al 2006, sono stata una delle voci di questa emittente attraverso la quale si faceva attività sociale, si ascoltavano i problemi della gente, si suggerivano soluzioni…”.

In effetti quando hai risposto al telefono ho subito pensato che hai una bella voce…

“Grazie, in effetti è una dote naturale che mi ha molto aiutato in quella situazione, che è finita quando sono stata spostata a Roma per qualche anno. Mi occupavo del contatto con le persone, della distribuzione dei libretti che si producevano, dei servizi esterni… Nel 2010 è venuto invece il momento di andare fuori dai confini nazionali, nelle Filippine, dove sono rimasta per otto mesi che mi sono stati utili non solo per conoscere quella realtà ma anche per migliorare la mia conoscenza della lingua inglese, che ben presto mi sarebbe stata molto preziosa…”.

Perché?

“Nel maggio del 2011 sono stata spostata in Nigeria, nei pressi della città di Lagos, in un campo per lebbrosi. Lì non prestavamo solo assistenza, ma ci siamo ritrovate molte volte al loro fianco per rivendicare i loro diritti. È stata un’esperienza molto forte, in pratica ci sostituivamo alla famiglia, aiutavamo i bimbi per la scuola, facevamo da nonni e da genitori e gestivamo con accuratezza e giustizia le offerte che arrivavano dall’Italia. Sono rimasta lì per quasi quattro anni, sino a quando, lo scorso luglio, sono rientrata in patria, a Martellago”.

E cosa hai trovato?

“Mi è sembrato di essere sbarcata in un altro mondo, la frenesia, lo stress, la crisi economica… Venivo da una terra in cui si viveva senza tempo, senza orologi, e sentivo forte dentro di me il desiderio di tornare là, rafforzato dal fatto che più ripensavo all’Africa più mi rendevo conto di aver ricevuto molto più di quanto avevo dato, anche se avevo sempre cercato di dare il massimo. Nella loro povertà mi hanno fatto apprezzare valori che non conoscevo, mi hanno arricchito interiormente, soprattutto mi hanno regalato la piena consapevolezza di non essere superiore a nessuno…”.

Comunque sei ancora qui. Cosa stai facendo?

“Senz’altro né la ragioniera, né la segretaria! In realtà guardandomi intorno ho trovato il fratello straniero di cui conoscevo bene la vicenda, da dove veniva, da cosa fuggiva, la fatica fisica ed economica che gli è costata arrivare sin qua. Mi sono immedesimata nel suo dolore e nelle sue emozioni, ho visto il disprezzo che lo circonda, l’accoglienza che gli viene riservata, i salvataggi in mare che servono all’opinione pubblica solo per lavarsi la coscienza… Io so che sono persone con sentimenti e con saperi, degne di tutto il nostro rispetto, e proprio perché io per prima voglio rispettarli, ho sentito il bisogno di rapportarmi con loro, ma con professionalità: è stato per questo motivo che mi sono iscritta all’Istituto Cortivo nel corso per Operatore Multiculturale“.

Quando l’hai fatto?

“Da poco, sono all’inizio del percorso di studi. Nel frattempo, a Castelfranco presto la mia opera in un Ceod per diversamente abili e faccio il doposcuola a due bimbe mentre a Porto Viro seguo il sabato e la domenica una decina di immigrati dal Mali, dalla Nigeria e dal Ghana che sono ospiti in un albergo. Sono tutti sui vent’anni, per sei mesi non possono lavorare: spaesatissimi. È una condizione frustrante, alla quale cerco di dare qualche rimedio spiegandogli delle cose sull’Italia e cercando di insegnarli la nostra lingua: soli, in un piccolo paese del delta del Po, con la nostalgia di casa e nessuna prospettiva concreta, vivono quasi come dei carcerati anche se sono perfettamente innocenti…”.