INTERVISTA AD ANTONELLA BOLDRINI

Da un bel po’ di tempo mi dedicavo ad attività di volontariato nelle case famiglia e, nonostante avessi già conseguito il diploma di maturità magistrale, sentivo il bisogno di approfondire gli studi per raggiungere quel livello di preparazione che mi consentisse di diventare una professionista nel sociale. È stato questo il motivo che mi ha spinta ad iscrivermi all’Istituto Cortivo per diventare per diventare Operatore Socio Assistenziale. Ho scelto la specializzazione per l’infanzia e il corso l’ho fatto in pratica tutto da sola, studiando nel tempo libero. In quel periodo lavoravo in fabbrica e non avevo tempo per frequentare. Se avevo qualche problema telefonavo e trovavo sempre le risposte che cercavo. Questo è un grande vantaggio offerto dall’Istituto Cortivo: dà modo di proseguire con gli esami anche con poco tempo a disposizione, e ritengo che sia una cosa davvero importante.

La testimonianza di Antonella Boldrini, di Mercenasco in provincia di Torino, dimostra che la volontà di riuscire può essere più forte delle difficoltà.

Sì, poi però è venuto il momento del tirocinio e, a quel punto, ho dovuto davvero fare la scelta definitiva: ho lasciato il lavoro in fabbrica e mi sono incamminata verso la mia nuova vita. Il primo passo l’ho fatto in una casa famiglia, il Centro Base Comunità Alloggio della Cooperativa Sociale Pentagramma di Ivrea, dove erano ospitati ragazzi dai 14 ai 18 anni con problemi familiari, anche provenienti da altre culture. Era una situazione impegnativa ma quando, alla fine del periodo da tirocinante, mi hanno chiesto di sostituire per un certo periodo una collega in maternità, non ho avuto dubbi: sono rimasta per altri quattro mesi, e ho imparato a collaborare con l’équipe, ho capito tante cose, mi sono fatta le ossa.

E poi?

Già prima di concludere la sostituzione mi ero messa in contatto con un’altra realtà con cui avevo lavorato come volontaria. Si trattava della Comunità per Minori di Chiasso dell’Associazione Casa Odissea 33, legata alla Cooperativa Sociale Terra Mia. È in pratica una casa famiglia per bambini da 7 a 13 anni allontanati dalla famiglia con provvedimento giudiziario e in attesa di affidamento eterofamiliare con prospettiva di adozione. Sono stata assunta con un contratto a progetto che è già stato rinnovato, e spero lo sarà ancora in futuro.

Come ti trovi?

Bene, sono contenta di questo lavoro. È più delicato di quello con gli adolescenti che avevo fatto prima. Qui si ha a che fare con bambini praticamente senza famiglia, vittime di abusi, violenze, con i genitori in carcere. Non sanno neanche cosa sia la normalità, sono sballottati, con loro c’è meno scontro che cn i più grandi ma è più difficile trovare il giusto equilibrio nella relazione. Cercano affetto ma anche regole, e bisogna essere capaci di dare entrambe le cose.

Che attività svolgete?

L’atmosfera è quella di una vera e propria casa. Sono in otto fra maschi e femmine e noi li assistiamo nella loro vita, nella scuola, nello sport e nelle attività quotidiane. Quasi ogni giorno organizziamo situazioni di gioco, nei fine settimana abbiamo un gruppo di famiglie amiche grazie alle quali riusciamo a farli incontrare con altri bambini che non hanno i loro problemi.

Tutto bene, dunque…

Sì, sono molto felice di aver potuto lasciare la fabbrica dove lavoravo da otto anni per iniziare questa nuova esperienza. Sono passata dalla noia sempre uguale alla novità costante. L’unico problema sono gli orari: abbiamo turni notturni e siamo impegnati anche il sabato e la domenica. Vivo positivamente questa fase ma un domani mi piacerebbe cambiare, magari lavorare in un micronido o una ludoteca, con orari più gestibili, anche perché sto andando verso i trent’anni e vorrei mettere in piedi una famiglia…