INTERVISTA AD ALBERTO SALA

Non è sempre facile ai giorni nostri incontrare persone vere, di grande spessore, capaci di esprimere concretamente nella vita i valori in cui credono. Alberto Sala è fra queste. Parlando con lui mi colpiscono la sua coerenza e una virtù oggi sempre più rara: la fortezza d’animo, capace di spianare le montagne, mossa da una volontà sostenuta da un’autentica “presenza di spirito”. Alberto, che vive a Torrevecchia Pia in provinca di Pavia, si è iscritto all’Istituto Cortivo nel 2007 ed è Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia dall’ottobre dello scorso anno.

Un titolo che mi consente di spendere al meglio l’esperienza coltivata negli anni in vari ambiti del sociale, compreso il carcere minorile e le comunità per tossicodipendenti.

Raccontaci dall’inizio la tua storia.

Dopo la maturità in arte applicata ho frequentato per due anni l’Accademia a Firenze. Poi, a poco più di vent’anni, ho deciso di entrare nell’ordine degli Agostiniani, una scelta che mi ha portato in Perù, in una missione sperduta sulle Ande. Una zona vastissima e impervia. L’unica possibilità di comunicare con il mondo era una radio CB che accendevamo la sera per un’ora. È stata un’esperienza travolgente: ho condiviso il quotidiano con una comunità indigena non ancora toccata da quello che noi chiamiamo progresso. Noi occidentali spesso giungiamo in questi luoghi con presunzione, convinti che il nostro modello di vita sia migliore e il più giusto per tutti. In quelle terre lontane ho capito sino in fondo che non è così.

Poi sei tornato a Milano…

E sono uscito dall’Ordine. Quei sei anni da agostiniano mi hanno fatto capire molte cose, non sono andati persi… Poi mi sono sposato, io e mia moglie abbiamo adottato tre bambini e abbiamo avuto due figli. Avevo solo 28 anni ma, nonostante la giovane età, mi sentivo maturo per creare una famiglia mia. Certo, non sono mancate le difficoltà, ma siamo un bel gruppo.

Parliamo del lavoro. Dopo la missione in Perù non sarà stato facile trovare una tua dimensione professionale.

Ho fatto fatica a trovare lavoro e infine sono stato assunto come manutentore falegname presso un’università milanese. Ho resistito dieci anni, durante i quali ho subito anche un pesante mobbing. Ho sofferto molto ma forse è stato meglio così: a un certo punto ho dato un taglio, mi sono licenziato e ho cercato la dimensione a me più congeniale, quella di essere al fianco degli altri. Ho trovato lavoro come maestro di falegnameria in una comunità per tossicodipendenti e, durante quegli anni, ho anche insegnato nelle carceri. In quel periodo ho inoltre iniziato a collaborare con il carcere minorile Beccaria, dove sono entrato prima come operatore estivo e poi, finita l’esperienza nella comunità per tossicodipendenti, come insegnante di arte del legno. Insegnare al Beccaria mi ha veramente strutturato come educatore. In quella situazione, a contatto con casi difficili, mi sono trovato faccia a faccia con le mie responsabilità di adulto, con le mancanze di una società che troppo spesso non vuole andare sino in fondo ai problemi che affliggono il mondo dei giovani.

Hai cominciato quindi a confrontarti con il volto più duro della conflittualità adolescenziale.

In quel periodo ho iniziato a lavorare in una comunità per adolescenti. Erano tutti ragazzi feriti, vittime di abbandoni e di violenze inaudite. È stato con loro che che ho potuto comprendere il vero senso del mio lavoro: dovevo condividere le loro sofferenze, prendermi sulle spalle una parte della loro croce, in senso evangelico. Non lasciarli soli, incontrarli profondamente nella loro umanità.

L’adolescenza è un’età conflittuale anche per chi ha una solida famiglia alle spalle. Oggi succede che molti giovani si perdono, a volte come vittime, a volte come carnefici. La sensazione è che gli adulti non sono più in grado di educare, di indicare la strada giusta. Cosa ne pensi?

Dico che gli adolescenti spesso ci pongono di fronte alla nostra debolezza. Non sappiamo gestire il rapporto con loro. Non sappiamo opporre la giusta resistenza ai loro naturali comportamenti ribelli. Mi succede di parlare con genitori impauriti, incapaci di essere veramente affettuosi, in ascolto. Ai figli comprano di tutto, nel tentativo di coprire un vuoto e un silenzio relazionali che per i ragazzi sono quanto di più diseducativo ci possa essere. Certo, nel settore in cui lavoro non sempre è possibile trovare risposte e soluzioni immediate.

Arriviamo all’Istituto Cortivo. Quando ti sei iscritto?

Era da 15 anni che mia moglie ed io coltivavamo l’idea di aprire una comunità per bambini. Quando le cose sono maturate ho sentito la necessità di aggiungere alla mia esperienza di educatore una vera formazione. Così, su internet, ho incontrato l’Istituto Cortivo e mi è sembrata la realtà più adatta alle mie esigenze, anche perché mi permetteva di lavorare e studiare contemporaneamente. La vostra è un’ottima organizzazione e condivido pienamente i vostri principi educativi e il vostro impegno nel sociale. Mi sono iscritto nel 2007 e nell’ottobre scorso ho terminato il corso. In contemporanea siamo riusciti ad avviare la Comunità Familiare Il Rifugio di Alan: attualmente ospitiamo tre bambini con storie difficili alle spalle ma tra breve, quando ci trasferiremo nella grande cascina che abbiamo ristrutturato, saremo in grado di accoglierne fino a sei. Vivono con noi, i nostri figli si comportano con loro come fretelli maggiori. Abbiamo deciso di ospitare minori che vanno dai 4 agli 11 anni. Attualmente sono seguiti da mia moglie, che è anche OSS, e da due bravi operatori. In futuro saremo lieti di accogliere come tirocinanti anche gli allievi dell’Istituto Cortivo. Nel frattempo stiamo lavorando per creare una rete efficace con i servizi del territorio, la scuola, il comune.

Le istituzioni fanno abbastanza per questi bambini?

No, spesso sono carenti. Soprattutto la giustizia, che è di una lentezza esasperante. E poi non ci sono abbastanza fondi e abbastanza sensibilità. A volte è l’istituzione stessa, con la sua freddezza e il suo bisogno di gestire le emergenze, a fare violenza su chi è già stato colpito duramente dalla realtà.

Cosa si può fare?

È necessario promuovere una cultura dell’infanzia, al di fuori dei circuiti mediatici spesso fuorvianti e motivati dall’esigenza di spettacolarizzare il dolore. Bisogna soprattutto cambiare le leggi. A questo proposito abbiamo fondato l’Associazione Il Piccolo Alan, in memoria anche del figlio della mia compagna scomparso in tenera età a causa di una grave malattia. Scopo dell’Associazione sarà organizzare convegni, incontri e dibattiti in modo da muovere le coscienze e far crescere la professionalità degli operatori del settore. Sono certo che voi dell’Istituto Cortivo sarete lieti di partecipare.

Senz’altro. Sappiamo anche che fate parte dell’Associazione Movimento per l’Infanzia di cui uno dei due presidenti è Luciano Paolucci, padre di una delle piccole vittime di Chiatti, il “mostro di Foligno”.

Luciano Paolucci è un uomo esemplare, giunto al vero perdono dopo un lungo viaggio nella sofferenza. Sapete cosa propone? Un numero verde per i pedofili, per aiutarli a non cadere più in uno dei delitti più gravi che l’uomo possa commettere. Ha capito che non bisogna lasciarli soli, bisogna dare loro un supporto psicologico in modo da evitare il più possibile le violenze sui bambini. Non solo, nei casi di pedofilia c’è bisogno anche di una giustizia che emetta rapide sentenze. I bambini non vanno abbandonati, la loro sofferenza deve essere riconosciuta. Se li aiutiamo comprendere e a superare ciò che hanno subito, difficilmente da grandi potranno diventare, a loro volta, pedofili. È inutile invocare il linciaggio, la castrazione, la pena di morte… Il problema va visto per ciò che è ed estirpato alla radice.