Intervista a Renato Leoni

"Era il 2005, andavo verso i quarant’anni – ricorda Renato Leoni della provincia di Reggio Calabria – e sino a quel momento non avevo trovato di meglio da fare che piccoli lavori di falegnameria. Proprio in quell’anno, però, la Comunità Luigi Monti aprì presso il Centro Specialistico Emanuele Stablum una Comunità Residenziale ed aveva bisogno di personale, in particolare per i turni di notte. Mi offrii di collaborare e venni assunto con un contratto a progetto. Facevo le notti, ma mi piaceva, ci dedicavo attenzione e passione e, dopo un po’, mi venne chiesto di fare anche i turni diurni".

Hai cominciato così il tuo percorso nel sociale…

"Sì, l’inizio è stato un po’ casuale, mi è capitata un’opportunità e l’ho colta, ma poi mi sono reso conto che questo tipo di attività mi piaceva, sempre più. Quando, nel 2007, la struttura è stata riconosciuta dalla Regione, il direttore mi chiese di acquisire un titolo che comprovasse la mia formazione e mi consigliò di iscrivermi all’Istituto Cortivo di cui già conosceva la serietà e l’affidabilità".

E ti sei iscritto…

"Certo, ho frequentato prima la sede di Messina e poi, quando è stata aperta, quella di Reggio Calabria. Gli studi non sono stati facili per me, venivo dal mondo del lavoro manuale ed erano quasi trent’anni che non mi mettevo su un libro. Ma, con volontà e anche grazie alla comprensione e al supporto dei docenti, sono riuscito a concludere: c’ho messo un po’ più del dovuto, fra il lavoro e la vita quotidiana gli impegni erano tanti, ma, nell’ottobre del 2011, ero un OSA per l’Infanzia a tutti gli effetti".

Nella comunità devi seguire bambini?

"Nel Centro Specialistico Emanuele Stablum ci sono anche bambini. Il Gruppo Famiglia Residenziale accoglie una quindicina di utenti dai 10 ai 18 anni, mentre il Centro Diurno ne segue altrettanti dai 6 ai 14 anni. Nella Comunità Residenziale dove opero io, invece, i ragazzi possono essere al massimo sette, dai 14 ai 21 anni. Si tratta di adolescenti, di cui al massimo tre ci vengono inviati dai giudici in alternativa al carcere minorile, mentre gli altri ci arrivano dai servizi sociali. Quasi tutti soffrono di disturbi comportamentali: stare con loro non è facile, ma, al tempo stesso, è un’esperienza unica, molto arricchente. Per reggere bisogna armarsi di molta pazienza e soprattutto saper comprendere le loro storie, ascoltarli e mettersi nei loro panni senza giudicare. Solo così si possono instaurare con loro rapporti di confidenza, che li portano ad aprirsi, a raccontarsi. Hanno poco più di quindici anni, ma sono uomini cresciuti, con un passato difficile e duro, genitori assenti, cattive compagnie…".

Cosa fate per loro?

"In collaborazione con l’équipe che, oltre a noi educatori, comprende altre figure sia interne che esterne, come il pedagogista, il neuropsichiatra, l’assistente sociale e lo psicologo, aiutiamo i ragazzi ad intraprendere percorsi di recupero finalizzati al loro reinserimento nella società: li mandiamo a scuola, cerchiamo possibilità di occupazione, li seguiamo nelle attività quotidiane e, quando si presenta la possibilità, cerchiamo anche di divertirli organizzando campeggi estivi, gite, visite alle città, giornate al mare…".

Per quanto tempo rimangono in comunità?

"Possono restarci da qualche mese a qualche anno. Il vero problema è il dopo, quando vengono dimessi e rientrano nel loro mondo. Spesso ritrovano le stesse problematiche situazioni e, a volte, riprendono la vita di prima. Proprio per questo, abbiamo avviato a spese della Comunità un servizio a domicilio che prevede un paio di visite al mese per non perdere il contatto, per aiutarli in questo delicato passaggio. Certo, l’impegno finanziario è notevole. Speriamo che la Regione riconosca la validità di questo servizio e che lo sostenga: mi dispiace moltissimo quando vedo un ragazzo ritornare, solo e senza aiuto, nella condizione che l’aveva portato in Comunità".