Intervista a Pierferdinando Palmieri

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“Negli anni in cui studiavo al liceo scientifico portavo contemporaneamente avanti con successo una carriera agonistica, che per dieci anni mi ha visto partecipare a varie importanti competizioni di ginnastica artistica. Dopo il diploma – spiega Pierferdinando Palmieri di Roma – mi sono iscritto alla Sapienza al corso di Fisica e, per un paio d’anni, ho abbinato lo studio e gli allenamenti che richiedevano cinque sei ore al giorno molto impegnative. Il dispendio di energie fisiche e psicologiche andava al di là delle mie possibilità e così ho deciso di lasciare quella facoltà per orientarmi piuttosto verso l’Isef, dove sono entrato dopo una selezione molto severa. E anche qui ho dovuto dare il massimo: dopo i quaranta esami più tesi del corso normale, c’è stato infatti il riconoscimento della laurea in Scienze Motorie. Per conseguirla ho dovuto affrontare altri quindici esami e fare un’ulteriore tesi che ho svolto sul tema dell’isolamento estremo: era la metà degli anni ’90 ed è stato molto interessante approfondire le tecniche per la gestione dei rapporti interpersonali in situazioni come le missioni spaziali o le spedizioni sulle più alte montagne o le foreste più impenetrabili…”.

Super laureato (una laurea composita)…

“In effetti avevo raggiunto un alto livello di preparazione e, per un anno dopo la laurea, ho continuato a collaborare con l’Istituto Superiore di Scienze Motorie anche se da qualche tempo ero già entrato nel Comitato Olimpico Nazionale Italiano”.

Con quale mansione?

“Tecnico sportivo. In questa veste lavoro tuttora con la federazione ciclistica dopo essere passato attraverso la federazione italiana hockey su prato e l’ufficio promozione sportiva del Coni incaricato di curare l’avviamento allo sport giovanile attraverso i centri territoriali”.

Per i ciclisti cosa fai?

“Oltre ad avviare i giovani al ciclismo, mi occupo anche dei progetti di mobilità sostenibile nei centri urbani basati sull’uso della bici in città. Inoltre ho continuato parallelamente le mie attività nel mondo della mia grande passione, la ginnastica artistica, diventando prima tecnico a livello regionale e poi giudice per gare anche interregionali, ma questo secondo ruolo è stato abbandonato poiché richiedeva spostamenti frequenti che non riuscivo più a conciliare con la mia vita”.

Quindi un lavoro ce l’hai e anche tante passioni… come mai hai scelto di iscriverti anche all’Istituto Cortivo?
“Ancora al tempo in cui frequentavo lo IUSM mi ero specializzato in psicologia dello sport e poi le varie attività che avevo svolto come tecnico mi avevano spesso messo a contatto con bimbi e ragazzi dai quattro ai sedici anni, anche diversamente abili. Ecco, sentivo che avevo bisogno di dotarmi di una maggiore competenza pedagogica, per questo ho fatto il corso OSA per l’infanzia”.

Come ti sei trovato?

“Bene, negli anni avevo letto per conto mio vari testi classici sulla pedagogia infantile ma qui ho trovato proprio ciò che faceva per me: i libri e le video lezioni mi hanno chiarito i concetti, gli esami sono state altrettante occasioni per approfondire le materie e, soprattutto, vedevo che la teoria che stavo apprendendo potevo applicarla immediatamente alla pratica, con pragmatismo, ottenendo buoni risultati. La ciliegina sulla torta è stato poi il tirocinio…”.

Dove l’hai svolto?

“Nel 2004 ho adottato una bimba cilena, per cui mi interessava immergermi nell’universo delle adozioni, e per questo ho coltivato in seguito il desiderio di approfondire le conoscenze sui procedimenti adottivi che mi ha portato ad essere accolto all’Ai Bi. Associazione Amici dei Bambini, ovvero uno dei più grandi enti attivi nelle adozioni internazionali”.

È stata una bella esperienza?

“Al punto che continuo tuttora a prestare lì la mia opera di volontariato. Prestavo la mia opera in laboratori dove erano presenti anche piccoli appena adottati, alcuni con difficoltà a socializzare e apprendere, altri con deficit attentivi di varia natura. Ed io l’ho fatto, modulando tutto il mio patrimonio di conoscenze ed esperienze in una situazione per me nuova e diversa, riuscendo a volte a trovare la giusta soluzione anche in situazioni difficili e dure”.

Quali laboratori hai seguito?

“Di ogni genere, dall’avviamento al teatro ai giochi sino al racconto di storie attraverso varie forme di rappresentazione. Ora mi sto occupando di approntare un Giocolab, ossia un laboratorio in cui il gioco diventi da puro passatempo a momento aggregante e che ho personalmente pensato e messo a punto”.

Di cosa si tratta?

“Si basa sul recupero dei tradizionali giochi da tavolo, e funziona: finalmente i piccoli mollano gli smartphone e i tablet e tornano alla manualità. Il bambino gioca utilizzando prima di tutto ciò che lo circonda e si comincia poi a giocare in compagnia. Crescono le regole ed il divertimento mentre si tocca, si costruisce, si collabora e si litiga, ma finalmente ci si guarda senza avere gli occhi incollati a uno schermo. Amo molto questa attività, sempre di più, al punto che guardando avanti sto pensando se questa scelta che ho fatto per migliorare la mia professionalità non possa trasformarsi in un lavoro vero e proprio. Mi piacerebbe davvero tanto e, se le condizioni me lo permetteranno, non mancherò di fare concretamente questo passaggio perché la cosa si realizzi…”.

Se posso permettermi vorrei consigliare anche ai ragazzi più giovani di avvicinarsi alla professione di OSA per l’infanzia che a mio avviso rimane uno dei modi pragmatici per aiutare la trasformazione della società.