INTERVISTA A PAOLA MEILAK

Chissà perché, in Italia, sono proprio le cose che funzionano bene ad avere spesso un destino breve… È il caso del progetto “Il Bruco e la Farfalla”, un servizio per bambini in affido e per le loro famiglie gestito a Napoli dall’Associazione “Figli in Famiglia”. Una delle operatrici era Paola Meilak, dal 2006 Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia grazie al corso di formazione dell’Istituto Cortivo di cui serba un ottimo ricordo.

Quando è terminata la tua esperienza con l’Associazione?

Lo scorso maggio. Sembrava che il progetto potesse essere rifinanziato ma sino ad ora non è successo nulla. Peccato… era un lavoro che mi piaceva davvero e che aveva coronato il mio desiderio di lavorare nel sociale.

Come hai maturato questo interesse?

Tutto ha origine dal mio diploma come Tecnico per il Turismo, una professione a contatto con il pubblico che pareva avere buone prospettive viste le caratteristiche del territorio in cui vivo. In seguito ai fatti dell’11 settembre 2001, però, il settore del turismo ha subìto un notevole calo. Mi adattai a fare la segretaria ma non era ciò che sognavo. Poi mi è arrivato a casa un opuscolo dell’Istituto Cortivo… Inizialmente mi sono interessata alla formazione come Assistente Turistico per disabili. A farmi cambiare idea è stato il colloquio con l’Informatore Didattico, il quale, in base alle mie caratteristiche personali che aveva colto durante la conversazione, mi ha consigliato di scegliere la formazione nell’ambito dell’infanzia. Così ho deciso e mi sono iscritta, forte anche della mia esperienza come zia di sei vivaci e amatissimi nipotini…

Hai svolto il tirocinio con l’Associazione “Figli in Famiglia”?

Sì, proprio all’interno dello stesso progetto al quale ho partecipato in seguito come collaboratrice a tempo determinato.

Di cosa si occupava “Il Bruco e la Farfalla”?

Svolgeva un ruolo di supporto alle famiglie affidatarie, ai genitori naturali e, naturalmente, ai bambini. Lo spazio era bellissimo, una casa a due piani dove si svolgevano gli incontri con le famiglie e i laboratori con i minori. Dico la verità, ero l’animatrice del gruppo, riuscivo a coinvolgere tutti nei giochi e non mi mancava la fantasia dal punto di vista della creatività manuale, spalleggiata in questo da una mia collega, anche lei ex allieva dell’Istituto Cortivo. Il nostro era un lavoro teso a favorire lo sviluppo e la socializzazione in bambini spesso deprivati dal punto di vista sensoriale e affettivo, provenienti dalle zone più degradate di Napoli, dove l’estrema povertà economica e culturale è la norma così come la illegalità.

Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

Tante sensazioni: la consapevolezza dell’importanza del mio lavoro, la soddisfazione di vederne i risultati positivi e, naturalmente, la rabbia per la sua fine. È come se avessi lasciato qualcosa a metà… ad esempio il lavoro condotto con una bambina di dieci anni figlia di una ragazza madre indigente. Abbiamo lavorato molto con lei, reduce fra l’altro di un affidamento durato un anno e fallito a causa della sua estrema vivacità, ma anche con la mamma, cui abbiamo insegnato il mestiere di madre, ovvero l’assunzione delle responsabilità genitoriali, il contatto fisico, la relazione con le figlie… So che grazie all’Associazione ha trovato un lavoro e una casa e che ogni 15 giorni ospita le figlie per il fine settimana…

Ora cosa stai facendo?

Ho ricominciato a fare la segretaria ma è davvero frustrante. Mi sto dando da fare per ricominciare a lavorare con i bambini. È il mio obiettivo e farò del mio meglio per raggiungerlo al più presto.