INTERVISTA A MELINDA MOSCATO

Il tirocinio nella Casa del Sorriso è stato per me un’esperienza fortissima, un lavoro che mi ha coinvolto totalmente e dal quale ho fatto fatica a distaccarmi… L’essere faccia a faccia con la sofferenza di un bambino, diventare uno dei suoi punti di riferimento, essere la persona a cui si aggrappa… Tutto questo mi ha coinvolto psicologicamente ed emotivamente.

Si racconta così Melinda Moscato di S. Maria a Vico (CE) nella sua tesi presentata a fine corso. Oggi è un Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia molto soddisfatta della formazione ricevuta dall’Istituto Cortivo.

Una struttura che ho molto apprezzato per il taglio universitario, che mi ha consentito di studiare nonostante il lavoro. Non solo, mi ha dato anche i numeri per continuare a lavorare nella stessa struttura dove ho svolto il mio tirocinio, la comunità per minori Casa del Sorriso gestita dalla Fondazione Onlus Giuseppe Ferraro.

Si tratta di una Casa Famiglia?

Sì, ci occupiamo di sette minori, molti dei quali fratelli, dai 3 ai 13 anni. Alcuni di loro, pochissimi, sono in stato di adozione. Sono bambini che provengono da famiglie disagiate, con genitori alcolisti o tossicodipendenti e con gravi difficoltà economiche. Bambini che soffrono di carenza affettiva, poco stimolati e mal scolarizzati, che vivono nella costante paura dell’abbandono, cresciuti nella totale mancanza di regole. Nella Casa Famiglia ci occupiamo proprio di questo: di dare affetto e regole ferree. Spesso ho l’impressione che disobbediscano apposta per essere ripresi. Mi sembra, infatti, che vivano il rimprovero, peraltro sempre affettuoso e mai fine a se stesso, come una vera attenzione nei loro confronti.

Quali precauzioni vengono prese nel momento in cui vengono dichiarati adottabili?

La Fondazione è molto cauta in questi casi. Vengono di solito selezionate famiglie valide, spesso scelte tra i volontari che già si danno da fare per la Fondazione, che magari hanno già figli e si rendono disponibili per l’adozione. Le stesse regole valgono, naturalmente, nel caso di affido familiare.

I bambini non adottabili hanno ancora rapporti con le famiglie d’origine?

Sì, quasi tutti. Incontrano i genitori all’interno della struttura e alcuni di loro trascorrono la domenica a casa. Sono incontri all’insegna dell’ambivalenza, della paura di un ulteriore abbandono, dell’insicurezza…

Come sono organizzati i vostri turni di lavoro?

I bambini hanno bisogno di una figura di riferimento fissa, quindi uno di noi lavora tutti i giorni dodici ore, dal mattino sino a sera. Noi turnisti lavoriamo o la mattina o il pomeriggio, garantendo la copertura di una notte la settimana.

Come vedi il futuro?

Per ora continuo a lavorare a progetto. Sono qui da quasi un anno e il contratto mi è sempre stato rinnovato. La Fondazione gestisce varie realtà e quindi le possibilità di eventuali cambiamenti non mancano. Comunque la situazione in cui mi trovo ora mi piace molto, sono legatissima ai miei bambini e a tutta l’équipe. Una cosa ritengo importante: continuare a studiare e ad aggiornarmi per dare sempre il meglio di me stessa.