INTERVISTA A MARIANNA FIDELLI

Operatrice Socio Assistenziale per l’infanzia, Marianna Fidelli di San Ginesio in provincia di Macerata ha conseguito l’attestato con l’Istituto Cortivo lo scorso aprile, subito dopo essere stata assunta a tempo determinato dalla stessa Cooperativa Sociale presso cui aveva svolto il tirocinio.

Iniziamo dal principio: qual è stato il percorso che ti ha portato ad iscriverti all’Istituto Cortivo?

“Dopo il diploma di liceo socio psico pedagogico avrei voluto iscrivermi alla facoltà di Psicologia, una materia che ho sempre molto amato anche a scuola. Purtroppo, per questioni economiche, non ho potuto farlo. Mi sono arrangiata con piccoli lavori qua e là sino a quando, su Internet, ho trovato l’Istituto Cortivo: mi è sembrato un percorso praticabile e in sintonia con ciò che avevo studiato, così, dopo il colloquio con l’informatore, ho incontrato i docenti del centro didattico, tutti molto disponibili e preparati. I programmi mi sono subito sembrati molto buoni e anche le dispense erano ben fatte. Ritengo che la formazione dell’Istituto Cortivo sia davvero di qualità e il tirocinio è stato in questo senso la migliore conferma. Sono rimasti tutti soddisfatti della mia preparazione al punto che, a fine tirocinio, mi hanno chiesto di rimanere”.

Significa che stai lavorando nella stessa situazione dove hai svolto il tirocinio?

“Proprio così: si tratta di una Comunità per minori e mamme con figli gestita dalla Cooperativa Sociale San Marco. È una realtà difficile, che si occupa di bambini provenienti da famiglie disastrate. Alcune delle mamme sono state inserite in Comunità in alternativa alla perdita definitiva della patria potestà. Qui, seguite da operatori competenti, possono imparare ad essere madri migliori. Attualmente seguo due fratellini che hanno vissuto con un padre violento e una mamma tossicodipendente, con cui hanno un rapporto molto difficile. Sono bimbi che conoscono solo il linguaggio dell’aggressività, poco empatici, come se non conoscessero l’alfabeto affettivo. Il padre li picchiava e questo non ha aiutato la loro autostima. Ad esempio, con un ragazzino bisogna fare molta attenzione e non farsi mai scappare una frase del tipo ‘sei cattivo’. Quando l’ho conosciuto ho fatto tesoro di tutto ciò che ho appreso sui libri: lavorare sulla capacità d’ascolto, usare la persuasione, avere tanta pazienza e soprattutto rivolgermi ai bimbi con sollecitudine e dolcezza…”.

Hai applicato la teoria…

“Questo è un lavoro che non si può improvvisare. Non basta la buona volontà, bisogna sapersi muovere con delicatezza e competenza. Tutte le volte che mi trovo in difficoltà mi pongo la domanda: qual è l’atteggiamento giusto per affrontare la situazione? Si cresce come educatori solo se si hanno buone basi teoriche…”.

Come sta andando con il ragazzino di cui ci hai parlato?

“Sta facendo molti progressi. Ora, prima di risolvere i conflitti con l’aggressività, ci pensa, ha capito che ci si può muovere anche in un altro modo, chiedendo, parlando, confrontandosi. Mi fa molta tenerezza: la prima volta che ci siamo visti avevo un cerotto al dito. Mi ha chiesto se la bua me l’aveva procurata il mio papà. Gli ho detto che il mio papà non mi avrebbe mai picchiata. ‘Il mio lo fa sempre’, ha risposto lui, come se fosse la cosa più naturale al mondo… Per lui le botte erano la consuetudine, era convinto di meritarsele”.

È un lavoro di grande responsabilità…

“Per fortuna siamo un’èquipe molto affiatata. Un momento importante è la supervisione, una sorta di contenitore in cui rovesciamo le nostre angosce, i dubbi e le problematiche che ci troviamo ad affrontare come operatori”.

Hai particolari progetti per il futuro?

“Intanto, ci tengo a dire che mi ritengo molto soddisfatta di quello che sto facendo. Se poi, come mi è stato annunciato, in gennaio sarò assunta a tempo indeterminato, molto probabilmente mi iscriverò all’Università. Il mio sogno, infatti, continua ad essere quello di diventare una brava psicologa”.