INTERVISTA A MANUELA GIORA

La tragedia di Fukushima ci ha fatto ripiombare nell’incubo di Chernobyl e della sua nube tossica che nel 1986 terrorizzò l’Europa intera. Un evento che l’opinione pubblica ha largamente rimosso, ma il Cesio radioattivo emesso in seguito all’esplosione della centrale nucleare ha continuato a mietere vittime e continuerà a farlo per almeno altri 800 anni. La più colpita è stata la Bielorussia che, ai confini con la zona dell’Ucraina dove avvenne il disastro, paga più di altri una scelta energetica ad altissimo rischio per l’umanità. Poverissima, attanagliata dalla piaga dell’alcolismo che tocca il 90% delle famiglie, la Bielorussia si distingue per un terribile primato europeo: un’aspettativa di vita che si aggira in media attorno ai 40 anni.

"È un paese fortemente contaminato – spiega Manuela Giora, presidente del Comitato Bambini di Chernobyl di Camposampiero in provincia di Padova – in cui la probabilità di sviluppare il cancro alla tiroide è altissima. A rischiare sono soprattutto i bambini ed è per questo che nel 1992 è nata a Terni la Fondazione Aiutiamoli a Vivere che, all’epoca, coinvolse le prime famiglie nel progetto di accoglienza di bambini bielorussi. Un’iniziativa che negli anni è cresciuta sino a diventare una bellissima realtà… Anche quest’estate l’Italia ospiterà circa 4.900 bambini, pari al 60% delle accoglienze previste in tutta Europa, a dimostrazione di quanto gli italiani sappiano distinguersi per sensibilità e generosità".

Perché è così importante per questi bambini trascorrere un mese all’anno fuori dall’area contaminata?

"Perché si disintossicano dal Cesio accumulato negli altri 11 mesi. È stato scientificamente dimostrato che questa “vacanza terapeutica”, se ripetuta per cinque volte tra i 7 e i 12 anni, diminuisce del 50% la probabilità di sviluppare il cancro alla tiroide".

Un vero e proprio "salvavita"…

"E non solo dal punto di vista fisico… Per molti di loro essere ospitati in famiglia rappresenta un’esperienza affettiva e umana che li aiuta a proiettarsi con maggiore fiducia nel futuro. Qui conoscono il calore della famiglia, la solidarietà, l’amore… La Bielorussia è un paese devastato anche dal punto di vista dei rapporti umani: le persone si guardano con diffidenza, non sono solidali fra loro e l’istituto della famiglia, dal punto di vista educativo e della coesione affettiva, è completamente allo sbando. Molti dei ragazzi che ospitiamo provengono da istituti e, purtroppo, abbiamo constatato che spesso sono più equilibrati di quelli che vivono con genitori o parenti".

Che cosa rimane ai ragazzi di Chernobyl dopo cinque anni di vacanza terapeutica?

"Molti sono convinti che serbino il ricordo dei regali ricevuti, dei vestiti nuovi, della settimana al mare. Invece ciò che sempre raccontano anche dopo anni è la memoria di una carezza, di un’attenzione amorevole, del calore familiare. Valori importanti, a volte decisivi per le loro vite: molti continuano a studiare sino alla laurea perché sanno quanto questo renda orgogliose le loro famiglie italiane. I rapporti rimangono saldi anche a distanza".

Sappiamo che la Fondazione cura progetti anche in territorio bielorusso. Di cosa si tratta?

"Quello che si cerca di fare è di creare associazioni tra famiglie in loco in modo da creare un tessuto forte di solidarietà e condivisione, capace di fare ponte tra l’Italia e il governo bielorusso. Questo aiuterebbe molto le relazioni fra i due Paesi e faciliterebbe significativamente la realizzazione di progetti importanti per il futuro dei giovani, primo fra tutti quello che riguarda il problema dell’alcolismo".

Cosa si deve fare per accogliere un bambino di Chernobyl?

"Basta andare sul sito www.aiutiamoliavivere.it per trovare tutte le informazioni e gli indirizzi dei comitati diffusi nelle varie province italiane. Comunque, la vacanza terapeutica costa per ogni bambino circa 450 euro, di cui pressapoco la metà a carico della famiglia ospitante. Il resto viene integrato con contributi regionali (sempre più esigui) o raccolto tramite iniziative promosse da volontari. L’intera quota serve a coprire le spese per la settimana al mare, le cene di gruppo, le escursioni, le visite allo zoo, ecc. Per raccogliere fondi il Comitato da me presieduto ha recentemente attivato a Camposampiero un negozio dell’usato che mette in vendita abiti, oggetti, giocattoli, ecc. in buono stato, donati dalle persone che desiderano sostenere il progetto. In più organizziamo mercatini di Natale, feste, ecc.".

Parliamo di te: sposata, due figli, anni di lavoro nel settore amministrativo… Poi, nel 2006, aderisci al progetto Bambini di Chernobyl e, nel 2009, diventi presidente del Comitato di Camposampiero. In più ti sei anche iscritta ai corsi dell’Istituto Cortivo per diventare OSA dei settori infanzia, multiculturalità e disabilità. Un impegno a tutto tondo nel sociale…

"Al progetto io e mio marito abbiamo aderito non solo perché volevamo offrire una possibilità a questi bambini sfortunati, ma anche per dare un esempio positivo alle nostre figlie. A distanza di anni posso dire che la nostra famiglia ha più ricevuto che dato. In noi si sono rafforzati valori importanti in una società come la nostra, sempre più arida, egocentrica e indifferente ai problemi dei più deboli. Per quanto riguarda l’Istituto Cortivo, ritengo sia la scelta giusta non solo per acquisire maggiori competenze come volontaria, ma anche per realizzare un progetto a cui tengo moltissimo…".

Cioè?

"Vorrei aprire un centro di accoglienza per bambini disagiati, anche provenienti da famiglie di migranti. Sono strutture che richiedono una formazione adeguata e competenze specifiche. E, naturalmente, il supporto dell’amore, quello autenticamente gratuito".