INTERVISTA A GIACOMO CIMA

Quando si matura la coscienza di sé stessi? Quando si capisce per cosa si è tagliati nella vita? Domande a cui non è facile rispondere, ma Giacomo Cima, trentunenne con attestato di Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia ottenuto presso l’Istituto Cortivo nel marzo di quest’anno, ha una sua opinione in merito.

È la vita stessa che ci indica la strada. Io, ad esempio, ho vissuto l’adolescenza su due fronti. Da una parte c’erano gli studi di perito tecnico, che avevo scelto soprattutto su consiglio dei miei genitori, dall’altra la parrocchia e il sociale. E così, in equilibrio fra queste due situazioni, ho passato molti anni. Conclusi gli studi ho lavorato per un periodo come perito tecnico. Poi ho svolto il servizio militare e, al rientro a casa, ho di nuovo fatto domanda in un’azienda elettrotecnica dove sono rimasto per un annetto per poi passare a un’altra azienda in cui ero responsabile del magazzino. Ma le persone che frequentavo, gli amici dei gruppi, mi facevano continuamente intravedere un’altra possibilità: quella di dedicarmi a chi aveva più bisogno.

E poi hai scelto…

Sì, ho deciso di mettere in piedi, qui a Torvaianica, la mia città, un’iniziativa assieme ai ragazzi che frequentavo da sempre: l’Associazione Casa Famiglia Onlus Chiara e Francesco.

Come è andata?

Benissimo. Solo che mentre gli altri, nel periodo in cui lavoravo, avevano fatto corsi e studi legati al sociale e io mi trovavo un po’ sprovvisto in questo senso. Così, nel 2006, ho deciso di recuperare e di iscrivermi all’Istituto Cortivo. Nei primi tre mesi è stata dura, dovevo abbinare il lavoro di perito e gli studi. Poi ho definitivamente deciso: mi sono licenziato e ho continuato solo a studiare mantenendomi con la somma ricevuta come liquidazione.

Adesso a che punto sei?

Ho concluso il corso e, con gli ultimi soldi rimasti, mi sono iscritto all’Università Roma 3. Anche per questo devo ringraziare l’Istituto Cortivo: superare il test d’ingresso non era facile e sono convinto di avercela fatta anche perché ero fresco di studi su argomenti estremamente simili se non coincidenti con quelli su cui vertevano i quiz.

Al momento continui a lavorare con l’Associazione?

Certo. Seguiamo una quindicina di minori mandati dai servizi sociali del nostro comune ma anche da quelli vicini come Pomezia, Ostia, Ardea, ecc. Abbiamo due case, un appartamento per bambini dai due ai nove anni e una villetta confiscata alla malavita per ragazzini dai nove ai quattordici anni. Il nostro compito è dare loro accoglienza, occuparsi della sfera educativa, definire e sviluppare progetti personalizzati secondo le caratteristiche di ognuno. Il mio principale impegno è l’osservazione e la stesura della relazione a partire dalla quale si tirano le somme e si fa il progetto in collaborazione con gli altri educatori, gli assistenti sociali, gli psicologi.

A cosa è mirato il progetto?

La finalità è sempre la stessa, ovvero capire il disagio del soggetto e attivare iniziative mirate ad affrontarlo e risolverlo. I progetti invece sono tutti diversi a seconda della persona cui sono rivolti e a seconda del disagio sofferto, che può andare dai maltrattamenti agli abusi e dalla mancanza affettiva ai problemi di ordine economico e sociale.

Hai qualche episodio particolare, qualche bambino ti ha particolarmente colpito?

In realtà li sento davvero tutti figli miei. Tre di loro sono recentemente tornati in famiglia e io continuo ad andare a trovarli. Mi mancano. Sento una forte passione per questo lavoro. Sono convinto che se riesco a contribuire allo sviluppo equilibrato e sereno di un bambino significa che sto contribuendo a formare un uomo integro, che potrà essere utile alla società, e questa per me è la più grande soddisfazione.

Per il futuro?

Resterò qui a fare del mio meglio, studierò e mi preparerò per poter dare sempre di più. Abito a pochi metri, anche quando non sono di turno faccio un salto, questa è la mia vita. Il mio sogno, se proprio devo dirne uno, sarebbe che le case famiglia non ci fossero più, vorrebbe dire che il problema dell’infanzia disagiata sarebbe risolto, ne sarei davvero felice…